Comunicare rimanendo umani

In un’epoca in cui le strategie comunicative bombardano l’utente sotto ogni punto di vista, visivo, pre-intra e post televisivo, cartaceo e soprattutto attraverso il web e i suoi canali creati come bannerifici per adulti consenzienti chi fa pubblicità ha una grande responsabilità, quella di rimanere umano per esseri umani.

Per fare pubblicità intelligenti che rimangano nel cuore (e nella Storia) occorre realizzare un prodotto rivolto a persone intelligenti, esseri umani pensanti, che sappiano cogliere nel profondo ogni effetto secondario e capillare, non soltanto pubblicitario in senso stretto (indirizzato a una cosa, prodotto, azienda) ma anche scatenante il benessere o l’eccitazione di parole che possano deviarsi e derivarsi in una moltitudine di altri concetti e sensazioni, quali senso di protezione, eccitazione, magia, fiducia, mano che sostiene e accompagna, in definitiva “la storia che tutto andrà bene” [2].

Le parole sono importanti

Ecco perché scrivere per un utente e un pubblico dozzinale, superficiale, disattento e essenzialmente inumano crea pubblicità dozzinali, superficiali, mediocri e grossolane, per sonnambulisti delle sensazioni. Per non parlare della loro forma troppo spesso scadente, inesatta, addirittura sgrammaticata, sciatta, lanciata su poster o pop-up senza struttura viscerale.

La precisione, la profondità, la cura e la scelta delle parole (le parole sono importanti!) sono una delle più importanti alchimie che può generare la pubblicità, grazie a vari strumenti, incluso il “montaggio” [3].

Dare importanza, umanità, stima, fiducia e rispetto all’utente significa creare testi e campagna pubblicitarie intelligenti, brillanti e mai scadenti, perché piene di fiducia nella loro comprensibilità fino allo stato più profondo (non in senso di difficoltà ma ancora in quel senso di eccitazione che è il sottostrato del benessere nella sua forma più propositiva), organismi a sé stanti in grado di prendere per mano anche soltanto sessanta secondi raccontando una storia. Tutto il resto (il marketing, la visibilità, l’efficacia) saranno dirette conseguenze, in modo che, evacuata la parola, almeno ne rimanga l’anima.

“Dì un po’ amico, qual è la tua storia?” [4]

 

Note a margine

1 Francesco Bellino, Direttore del Dipartimento di Bioetica dell’Università di Bari nella sua introduzione a “La cura Sheherazade – Il potere terapeutico della narrazione” di Edoardo Altomare, Casa Editrice Milella – Bari.

2 David Foster Wallace, scrittore americano.

3 Il Montaggio.

“L’arte che permette a Sheherazade di salvarsi la vita ogni
notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel
sapersi interrompere al momento giusto: due operazioni
sulla continuità e discontinuità del tempo. È un segreto di
ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere
dalle origini nell’epica per effetto della metrica del verso,
nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono
vivo il desiderio di ascoltare il seguito”.
[Calvino, Lezioni Americane]

Una componente fondamentale dell’arte di comunicare sta nel “montaggio”, nella sospensione, nell’arte di creare lo stacco silenzioso dello stupore che invoglia a saperne ancora, a sapere altro, affinché la storia si protragga all’infinito (come in Mille e una notte).

4. Infinite Jest, di David Foster Wallace.