Io e Melville

Il 18 ottobre di oltre 160 anni fa usciva Moby Dick, il romanzo con cui molte generazioni di scrittori si sono confrontati.

Parallelismi

Melville visse un’infanzia piena di problemi economici, dal canto mio non ricordo se i miei avevano soldi, sicuramente mia mamma faceva crostate alla frutta con una gelatina protagonista e i soldi per i libri (allora erano scrittori russi o libri di medicina, non chiedetemi perché) c’erano sempre per me, come anche per le medicine omeopatiche per i miei due anni di febbre costante.

Ad un certo punto Herman Melville lasciò la scuola. Anche io non proseguii il mio percorso formativo, sbagliando, pieno di buoni propositi sul farmi da me e sull’autodeterminazione. In ogni caso non ne sono pentito, anzi. Ora sto scrivendo del mio amico con un buon amaro a fianco e un sigaro nella mano sbagliata che mi fa pensare al Nuovo Mondo.

La didattica superiore dell’acqua e gli amici immaginari

Melville nel corso degli anni divenne lo scrittore dalle storie marinaresche, soprattutto quelle dei mari del Sud. Dal canto mio posso solo dire che mi piace stare a contatto con l’acqua, che è il mio elemento prediletto, almeno due docce al giorno, se mi capita un mare ci passo le giornate, e questa è BalenaLab, un’associazione creativa di salvataggio delle parole. E delle Balene. Ma non divaghiamo.

Moby Dick fu dedicato all’amico e scrittore Nathaniel Hawthorne. Anche io sono ossessionato dagli scrittori. Non c’è giorno in cui non stampo plichi di interviste recensioni e aneddoti e tutto ciò che riguarda vita morte e avventure marinaresche dei miei scrittori preferiti. Sapete, gli amici immaginari che uno vorrebbe. I loro successi sono il mio motivo per festeggiare, le loro morti un ricordo perpetuo che li santifica a priori, le loro interviste, post-it di luce per quando la vita è troppo nuvolosa.

Dopo Moby Dick, Melville perse fama e popolarità, fino a venire dimenticato alla sua morte, fine dei dossier degli amici scrittori, fine delle risolute prese di posizione critiche, inizio della caccia vera e propria, quella alla malinconia di un passato dal verbo al presente.

“La battaglia di tutte le battaglie è scrivere”

Credo tanto in questa affermazione di Melville. La scrittura come modus operandi, regolatore di respirazione, cane padrone e guinzaglio, ragione di vita, sacrificio e altare.

Per quattro anni, dal 1837 al 1840, Melville insegnò. Il mio sogno, in cui ancora a volte navigo, è sempre stato quello di insegnare. Fin da quella sera in cui piansi incantato davanti al professore Keating dell’Attimo Fuggente di Peter Weir, pregando in piedi su un banco da college l’inizio di una nuova giustizia, quella per cui l’essere umano e la verità vincono su ogni apparenza.

Nel 1850 Melville comprò una fattoria. Un altro desiderio che ci accomuna. Ho sempre sognato una fattoria, lavoro fisico che svuota la mente, una veranda di legno nei pomeriggi per sfuggire il caldo con una birra ghiacciata, una poltrona, io e un libro sgualcito a disposizione, e silenzi sotto il blu di un cielo davanti agli occhi, talmente vivo da farti credere che il daltonismo è una condizione necessaria.

Proprio in quell’anno, il 1850, Melville scrisse il suo capolavoro, che pubblicò l’anno successivo, proprio centosessantatre anni fa.

Rimanere sul dondolo

Herman morì a New York il 28 settembre 1891, lo stesso giorno in cui nacque otto anni dopo, nel 1899, Achille Campanile, un altro scrittore dell’assurdo. Ed ancora oggi hanno tutta la mia stima. Le morti degli scrittori sono le cose più tristi che possano capitare, peggio del finire un matrimonio, o un libro, direbbe Foster Wallace.

Mi piace ricordarlo Herman sul dondolo, in quella veranda, malinconico eppure pieno di grandi speranze.