Il mestiere del regista teatrale: intervista a Stefano Cenci

Oggi sarò io a intervistare Stefano Cenci, attore e regista teatrale a cui sono affezionato. Agli spettacoli a cui ho assistito ho sentito subito un’affinità di senso e dissenso, le sue opere sono lanci di testa senza paracadute di un teatro disperato e comunque fumante di vita, un teatro a gironi in cui la speranza è una promessa chiusa a doppia mandata e la cui chiave è tenuto a cercare lo spettatore, diventando parte attiva della discesa.

Come nelle opere di Lynch gli steccati bianchi verniciati di fresco delle villette di una periferia in serie nascondono orecchie mozzate e un senso ben più misterioso e affascinante, nelle opere di Cenci ci sono scorci di Cinema che vociano dal palco, controfigure di attori, conti alla rovescia, suoni assordanti dal Silenzio e risate in faccia alla morte in un ballo sfrenato, il tutto frullato con Desplat, l’Orrore, Sarah Kane, Disneyland, Rocky, il Mulino Bianco, gli spaghetti e l’Apocalisse in Maschera.

Se vi capita di assistervi vedrete Stefano Cenci manovrare uccisioni di applausi all’arma bianca e rianimazioni pop al suo microfono-postazione in una fibrillazione costante. Ed è uno spettacolo nello spettacolo.

E’ un piacere quindi presentarvi Stefano che oggi a BalenaLab racconta la sua esperienza, il suo modo di approcciarsi al linguaggio del Teatro, sia come attore che regista che compositore.

Stefano Cenci | Intervista con BalenaLab | Copywriter freelance

Ciao caro! Hai dormito bene?

Sì, bene, grazie. Dicono che quando hai dei bambini piccoli si smette di dormire. Io non ho mai dormito meglio che in questo anno e mezzo. Per di più Tea non si sveglia mai prima delle 10, quindi andremo d’accordo.

Come ti “definisci” principalmente, visto che sei attore, regista teatrale, scrittore, artista?

Puoi aggiungerci anche direttore artistico, formatore, ricercatore… Io continuo a considerarmi un attore, anche se molto creativo e con la tendenza ad allargarsi (non solo di taglia).

Come prepari gli spettacoli?

Principalmente nei miei laboratori. Guido, dagli inizi degli anni zero, un laboratorio permanente a Soliera, vicino a Modena, al quale hanno partecipato in maniera libera decine e decine di persone, pre-adulti, adulti e post-adulti. Nel tempo è diventato molto più di un semplice corso di teatro. E’ un luogo della follia, dello sfogo, dello svago, della catarsi, dove si manifestano cose incredibili e fuori dall’ordinario che poi diventano per noi linguaggio e linfa teatrale. Anche i laboratori intensivi, che con una certa frequenza tengo in su e in giù per la penisola, sono per me sorprendenti sessioni di lavoro che aprono immaginari, che poi diventano spettacolo o scene di spettacolo. Faccio muovere le persone, cerco di farle regredire, stancandole le libero dai lacci fisici ed emotivi del sociale, li strattono in qua e sulla via del senso e degli istinti, e poi vedo cosa succede. E’ molto gratificante poi scoprire che in tutto il caos che si genera, per quanto se ne generi, c’è sempre una traccia nascosta, una informazione comune, un volto che emerge dal sacro.

Hai raccolto qualche esperienza particolare dai laboratori?

Sono ambienti creativi nel quale ognuno impara a vivere, giocando con schemi anche molto rigorosi che fornisco, una libertà esclusiva e segreta. Difficile portare qualcosa nel quotidiano di quello che accade, è forte la matrice irrazionale, poetica, dell’inesprimibile. Meglio che rimanga nel merito del teatro, o che svanisca nella dimenticanza. E adesso che ti parlo sono nel quotidiano, quindi non saprei cosa dire. Inoltre con le persone con cui vivo questi laboratori, permanenti o intensivi, non ho scambi nella quotidianità, non li vedo e non li frequento se non in quel magico contesto. Sono attori di un incubo, di un sogno erotico, di una ubriacatura. Sono il coniglio di Donny Darko e il nano di Laura Palmer, non ci vado in pizzeria.

Lavori meglio da solo o in team?

Lavoro solo in team. Il gruppo mi responsabilizza. Altrimenti mi perderei come uno sputo nello spazio infinito, non sarei mai costretto a dare forma alla sostanza, a trovare una conclusione all’indeterminato. Mi consumerei, è successo.

Cuore o tecnica?

La risposta prevederebbe che io dica entrambi, ma tra i due dico cuore, così anche se poi quello che si fa viene male, almeno ci si è voluti bene.

Meglio Stefano Cenci attore o regista?

Attore, assolutamente. Sono un regista/autore anomalo, non mi ci rivedo nel termine e in come questo termine è collegato all’immaginario collettivo. Non faccio messe in scena, non so che farmene dei testi degli altri, se non innamorarmene, violentarli, dileggiarli e dare loro grande onore (ci si prova) attraverso la riscrittura. Non do indicazioni agli attori per portarli a fare bene, li obbligo a smarrirsi, non nel personaggio ma in sé stessi, li sbatto dentro una caricatura malsana della rappresentazione, con un rapporto vittima e carnefice che poi mette tutti, me compreso, su un filo di rasoio di pericolosità, euforia, fascinazione.

Cosa consigli a chi vuole scrivere per il teatro?

Niente. Io molto spesso faccio tanti esperimenti con gli attori, di movimento e di parola, poi provo a dare ordine al materiale e a confezionarlo, debutto, e infine mi preoccupo un po’ di capire, scrivo cosa è successo e così ottengo il copione. Che poi è libero di cambiare ancora. Lascio che i miei spettacoli prendano il controllo su di me. Non sono un buon esempio forse.

Se dico OtelloSexMachine tu cosa mi rispondi?

Un progetto in cantiere, un bellissimo libretto che riscrive il popolare testo shakespeariano partorito dalla penna di Cristian Ceresoli, collega e amico, autore del già acclamato successo mondiale di La Merda con Silvia Gallerano. Ha voluto immaginare me nel ruolo di Iago e io ho dato voce ai suoi deliri in fase di scrittura, un test continuo che lui mette in atto mentre scrive in un processo creativo non tanto dissimile dal mio. Questo progetto diventerà un’opera lirica contemporanea, spero non in un futuro troppo lontano.

Assistendo a una tua opera, ho percepito fortemente l’influenza della musica che scegli in modo specifico e particolare, è una delle prime cose che mi ha colpito del tuo lavoro sia in Del Bene, Del Male che in Ofelia 4e48, come arrivi alle colonne sonore dei tuoi spettacoli?

Una delle componenti fondamentali del mio lavoro laboratoriale è che io chiedo ai miei attori e li alleno perché si muovano sempre su un confine pericoloso, inesprimibile, di abbandono clownesco, dove non sia l’idea a predominare, dove cada il comando della razionalità, del giudizio, del gusto, ma ci si sposti verso un oblio, in un tempo di dilatazione, anche fastidioso per chi guarda e chi performa, ma carico di questioni che non sanno ancora dove decantare. Parola d’ordine: meraviglia. Tutto ciò che meraviglia il performer è questione da indagare, e si trascina dietro la meraviglia e lo sgomento dello spettatore. La musica, come ben puoi intuire, questi passaggi li frequenta molto più dell’azione teatrale, dove la rassicurante parola, la confortante posizione bipede-sociale, la soporifera e ben accetta rappresentazione del quotidiano, arrivano sempre a guastare i piani della meraviglia e dell’ignoto. La musica, le colonne sonore dei film e la musica classica e la musica classica contemporanea che amo frequentare, non comunicano prevalentemente dei concetti, specie quando non c’è testo, ma aprono porte emotive, indicano traiettorie fisiche all’attore, di ritmo e dimensione, sostengono le “pause” colmandole come elemento recitante.

Hai un’opera nel cassetto?

No. Faccio tutto quello che immagino e molto spesso lo immagino mentre lo faccio e al massimo nel cassetto ci finisce dopo.

Nel tuo al di là del bene e del male cosa c’è?

C’è un bellissimo senso di completezza, un ritorno a quando da bambino d’estate andavo in campagna dai nonni e il pomeriggio era di una straziante noia totale, vuota di attività, immobile nella calura secca della campagna, a stare, semplicemente stare, stare in attesa senza speranza alcuna di essere raggiunto dalla volontà e dall’azione, nell’ozio inquieto, fragrante e luminoso, sotto le piante di albicocche.

E mi fai tornare in mente un pezzetto della parte conclusiva di “Al di là del bene e del male” di Nietzsche che dice: “Oh, meriggio della vita! Epoca solenne! Oh giardino estivo! Beatitudine inquieta dell’ansietà dell’attesa: Gli amici aspetto, giorno e notte; dove siete amici miei? Venite! È tempo, é tempo!” Forse avrei dovuto inserire anche questa citazione in quella iperbole di citazioni che è il mio Del Bene, Del Male. Ma non sarebbe servita al pubblico, e qualche addetto ai lavori si sarebbe sentito troppo al sicuro…

L’intervista è finita. Vuoi rispondere a una domanda che non ti ho fatto?

Ecco, sì. Una domanda che di solito non si fa, anche se io credo andrebbe sempre fatta ad un artista: “Quando smetterai?” La mia risposta piccata, perché la domanda è ricca di scottante fondamento, si esprime in un eloquente silenzio che non permette ritorno.

Grazie Stefano per il tuo tempo e la tua condivisione. Segnalo anche ai lettori quest’iniziativa di crowdfunding per produrre DVD video e CD musicali dello spettacolo L’Ottimismo alla fine del Mondo che sarà rappresentato il 7 maggio 2015 al Teatro Valli di Reggio Emilia.

 

Ora vi lascio ai saluti di Stefano per BalenaLab!

 

Note biografiche su Stefano

Stefano dall’età di 6 anni fino ai 14 si dedica a studi musicali (violino, pianoforte) connotando una altissima predisposizione al canto e alla musica. È autore di diverse ballate, di canzoni e delle colonne sonore di molti suoi spettacoli, parla Inglese, Francese e Tedesco.

Si è diplomato nel 1997 alla Scuola di Teatro di Bologna diretta da Alessandra Galante Garrone. Ha successivamente collaborato con il Teatro Comunale di Bologna, l’Arena del Sole, con il Rossini Opera Festival di Pesaro, con il Teatro Due – Teatro Stabile di Parma.

Dal 2002 tiene laboratori permanenti e intensivi di teatro creativo e scrittura collettiva. Dallo stesso anno collabora con Armando Punzo, direttore artistico del Volterra Teatro Festival e regista della Compagnia della Fortezza di Volterra. Il primo spettacolo insieme è Nihil, nulla ovvero la Macchina di Amleto di A. Punzo, prodotto dal Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con La Biennale di Venezia; nei successivi spettacoli ricopre il ruolo di assistente alla regia oltre che di attore, diventando parte integrante del laboratorio teatrale permanente della Compagnia all’interno del carcere di Volterra.

Nel 2010 debutta al Volterra Teatro Festival il suo spettacolo Ofelia 4e48, con Elisa Lolli, struggente ed esilarante riscrittura di 4.48 Psychosis di Sarah Kane. Lo spettacolo è tutt’ora in distribuzione.

Il 4 ottobre 2012 al Teatro Storchi a Modena debutta “Del Bene, Del Male”, da lui scritto, diretto e interpretato, con la Compagnia Tardito / Rendina e un cast di oltre 70 elementi. Sempre nel 2012 produce con Arti Vive Festival lo spettacolo Disastri di Daniil Charms con la partecipazione straordinaria di Antonio Rezza e la regia di Alessandra Aricò.

Dal 2013 collabora con l’autore Cristian Ceresoli che è impegnato in una riscrittura dell’Otello in Opera, dal titolo OtelloSexMachine il cui personaggio centrale di Iago è scritto su e per Stefano Cenci.

Sul suo sito web potete trovare la sua biografia estesa e la presentazione delle sue opere.