McLuhan salvaci dal torpore dei Media

Negli anni Sessanta il sociologo canadese Marshall McLuhan grazie al suo studio approfondito dei Media e dei loro meccanismi, di come soprattutto influenzano gli utenti nelle loro abitudini e comportamenti e più in generale la società, diede vita a un vocabolario frutto del suo determinismo tecnologico da cui scaturirono espressioni che sono divenute parte del linguaggio comune.

McLuhan | William Dollace | BalenaLab

Marshall McLuhan ritratto da Yousuf Karsh.

 

Per McLuhan i Media non si espletano modificando il comportamento dei fruitori con il loro contenuto bensì attraverso la loro struttura e natura, pertanto i Media non si studiano in base ai contenuti che trasmettono e con cui bombardano gli utenti bensì attraverso i loro strumenti, la loro conformazione strutturale, attraverso il sistema con cui trasmettono (qualsiasi) contenuto e il modo in cui organizzano la loro specifica, determinata, precisa, comunicazione: per McLuhan “il Medium è il messaggio”.

In questo modo McLuhan salta tutto l’apparato morale della feroce critica occidentale ai Media, troppo sesso, troppo violento, troppa noia, troppi orgasmi, troppa cultura, troppa pubblicità, troppo qualcos’altro, McLuhan determina la loro influenza in base al Mezzo e al Medium stesso, in base all’effetto reale sulla società, su come il Medium si struttura per veicolare i contenuti ai suoi spettatori piuttosto che quali.

Per McLuhan è la natura del Medium, la natura del Media che caratterizza la sua veicolazione, non il messaggio. Lo scrittore David Foster Wallace stesso metteva in guardia da un certo soggettivismo ai Media, dopo esserne stato un consumatore rapace e aver sperimentato la struttura ipnotica della televisione e la Dipendenza.

In McLuhan troviamo molti connubi con il James Ballard della Mostra delle Atrocità, con i testi in cui il linguaggio si ermetizza al grado zero della comunicazione per procedere con nuovi alfabeti secondo cui, senza la tecnologia, non esisterebbe la Storia dell’Occidente, così come non ne esisterebbe la deriva [Karl Kraus/Jonathan Franzen] e il suo annientamento [le guerre (vedi il Vietnam) si perdono o si vincono già nel Medium, nei salotti, nel peso politico di un’utenza narcotizzata dal mezzo e cullata dalla sua brutalità].

McLuhan | BalenaLab | William Dollace

From: https://etec511-module6.wikispaces.com/The+Medium+is+the+Message

Affrancarsi dal torpore

Nella prefazione alla Mostra delle Atrocità di Ballard, William S. Burroughs scrive: “La linea di demarcazione tra paesaggio interno e paesaggio esterno è crollata. I terremoti possono essere originati da sconvolgimenti sismici che hanno luogo nella mente umana. L’intero universo randomizzato dell’età postindustriale esplode in frammenti criptici”.

Ecco che è nella risposta al Medium, la devastazione psichica dell’inerzia, dove se tutto scorre e deve scorrere, in qualche modo, possa scorrere e avvenire con o senza di me: ecco tutto ciò che sappiamo e che verremo a sapere sulla – Rassicurazione.

Il Medium, il Mezzo, il Media, è rassicurante, non ci CHIEDE nulla, ci lascia in pace, esso non è la novità, non nuoce, non è sollecito, è il Panta Rei della coscienza.

Ecco perché sia McLuhan, che Ballard, che David Foster Wallace, teorizzano su come i Media facciano cambiare le abitudini strutturali delle giornate dei loro utenti, il modo stesso in cui ci si approccia alla propria vita scansionata da lavoro / svago / cena / rapporti interpersonali / tv.

Tv o Web poco importa, per McLuhan non siamo altro che in un piccolo (ormai) villaggio globale (1968), in cui tutto si è avvicinato grazie alla tecnologia e interconnesso come palazzi dalle enormi vetrate senza tende, nudisti da marciapiedi delle metropoli in cui i filtri e le distanze siderali sono state annullate dal grande impero Wi-Fi.

McLuhan afferma che “nel regime della tecnologia elettrica il compito dell’uomo diventa quello di imparare e di sapere; tutte le forme di ricchezza derivano dallo spostamento d’informazione”: stiamo forse pensando ai link, ai reblog, alla condivisione, al grande annullamento delle gerarchie in un’unica grande “comunità di pratica e di apprendimento”, ciò che possiamo chiamare una democrazia digitale, dove è automatico senza gli strumenti adatti, schiantare il nostro individualismo in una perfetta oliata macchina da frammentazione dell’identità.

Come non soccombere?

McLuhan chiamò la nostra epoca l’era elettrica, un’epoca in cui l’informazione sembra un prolungamento del nostro reticolo nervoso ad altissima velocità di condivisione e di segnale. Per arginare una sociologia sfrenata, un’antropologia che assume i contorni di un hardware integrato, per affrancarsi da un “narcisistico torpore” e da una Medialgia cronica occorre conoscere. Conoscere i Media, il Medium, a cui è comunque un’utopia sottrarsi, comporta un’azione responsabile collettiva e cosciente.

Conoscere i Media che usiamo, come mezzi, a partire dalla loro struttura sociale e psicologica, ci permette di usarli in modo costruttivo.

Oltre che le immagini i Media contengono le parole, e se è vero che le parole sono importanti è anche importante dove scegliamo di esprimerle e come, con un’assoluta padronanza del Mezzo.

Non pensiamo che tutto ciò non sia necessario: gli utenti hanno comportamenti, i comportamenti formano credi che formano credenze, un insieme di individualità e credenze formano Società che formano Epoche che formano la Storia.

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Chicca 1: Epico il refuso “il Media è un massaggio” riportato sulle FAQS del sito della fondazione McLuhan.

Chicca 2: Nel video, un omaggio di Woody Allen a McLuhan nel film “Io e Annie”. Il sociologo compare alla fine della scena impersonando se stesso.