Scrivere è un atto politico: breve reportage dal Festival Letteratura

Qualche giorno fa io e Chiara siamo stati al Festival della Letteratura che si tiene da anni nella vicina Mantova, lo frequento personalmente fin dalle prime edizioni (quella con Nick Cave, tanto per dire, del 1999). In particolare abbiamo assistito agli incontri con gli scrittori americani Percival Everett e Richard Ford, da noi amati e seguiti, per motivi molto diversi, tenuti il venerdì e la domenica.

Percival Everett

Il primo incontro, venerdì pomeriggio, è stato con Everett. Percival Everett è uno scrittore estremamente attento al linguaggio, dal vocabolario portentoso, la sua scrittura prende forma e cambia connotati ad ogni suo libro. Oltre a essere scrittore Percival è un artista a tutto tondo: scrive, dipinge quadri astratti, suona la chitarra come un Blues Man.
Il suo carattere introverso e dalle poche parole profonde nel corso dell’intervista mi ha fatto pensare al concetto espresso da David Foster Wallace (anche nell’incontro contenuto con Livia Manera Sambuy in “Non scrivere di me” edito da Feltrinelli) secondo cui nulla di diretto può essere davvero detto. Everett si scopre nei suoi libri, nelle sue opere, cercando con empatia di portare avanti la sua idea di scrittura che cambia continuamente forma, rimanendo comunque fedele a se stessa. Sia nel suo intervento che nel successivo di Richard Ford è emersa l’importanza della politica nell’atto di scrivere.
Questo concetto è uscito anche nel documentario della HBO su Susan Sontag che abbiamo visto la domenica. Ogni atto, ogni parola, è un atto politico. La politica non è la cabina elettorale due tre volte l’anno, se il Governo te lo permette, la politica è il sedimento su cui costruisci la vita, il modo in cui guardi al tuo prossimo, come ti vesti, come parli, quale linguaggio usi, come tratti gli altri, chi sei davvero, e soprattutto, cosa che mi interessa maggiormente, come e cosa scrivi.
Il mio timore è che si perda la connotazione critica della scrittura, che si perda la necessità di dire la propria in modo costruttivamente critico, “urgente”. Non parlo della presunta democrazia digitale, ma dell’atto preciso di dare voce al proprio pensiero, contestualizzandolo, polverizzandolo nelle parole e nei gesti di tutti i giorni, in modo che permei totalmente il nostro essere, affinché davvero ogni nostro atto sia un atto di protesta o di assenso, ma mai di assenza.

Richard Ford

Richard Ford è il settantunenne premio Pulitzer che sale sul palco sorridente. Chi lo conosce un po’ (vedi ad esempio ancora il capitolo nel libro della Sambuy) ha un carattere spinoso, pronto alla “rissa” e a difendere la sua idea di scrittura e le sue opere, come si addice a chi ha una interiorità critica forte.

Pulitzer Prize-winning U.S. author Richard Ford named his latest novel after our home and native land. (THE ASSOCIATED PRESS / File)

Pulitzer Prize Richard Ford (THE ASSOCIATED PRESS / File)

Ford è stato gentile, rispondendo alle domande in modo esaustivo e mirabile. Dall’intervista è emerso che uno degli scopi se non l’unico, dell’essere umano, sia quello di conoscere almeno un altro essere umano, davvero. Nel suo caso è stata la moglie Kristina e possiamo dire in un certo modo anche Frank Bascombe, il suo alter ego letterario.
L’idea, se ci pensate, che un altro essere umano sia il testimone, un testimone attento della nostra vita ci riempie di responsabilità e gratitudine e ci mette nello stesso tempo sull’attenti, nella consapevolezza che possiamo perdere una testimonianza vitale del nostro passaggio sulla terra e nello stesso tempo che dobbiamo apprezzarla qui e ora, facendo il possibile per esserne all’altezza.

Anche nel suo intervento come in quello di Everett si è manifestata la necessità di una connotazione politica della scrittura, per quanto riguarda Ford si palesa con l’inserimento di precisi avvenimenti storici all’interno della sua narrativa, per rendere nota una storia di un sopraffatto popolo dimenticato dalla Storia o per protestare contro gli atti insensati del proprio governo.

Susan Sontag

Poi, nella rassegna cinematografica sugli scrittori, Pagine Nascoste, abbiamo visto il documentario “Regarding Susan Sontag” di Nancy D. Kates, sulla scrittrice ebrea e americana autrice di saggi romanzi e pezzi importantissimi del giornalismo critico americano. Ne è emersa una Sontag dalla personalità fortissima e incatalogabile, che non aveva mai timore di dire la propria opinione, per quanto quasi sempre scomoda, connotando ancora una volta la sua scrittura come un atto fortemente politico.

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Jean-Regis Rouston/Roger Viollet/Getty Images

Concludendo posso dire che la scrittura ha sempre più significati profondi. Contiene un’espressione formale, una preparazione dal punto di vista del ritmo, sonora, ma anche un preciso e innato intento, forte di un animo critico che pensa, che soppesa, che non si ferma all’apparenza e al pensiero comune, ma che scava nella verità a mani nude, che si mostra senza pelle talvolta, forte dell’empatia che tutti vorremmo avere per continuare a rimanere umani, pronti a conoscere, cambiare opinione se necessario, difendere le proprie convinzioni senza giochi di gambe, per continuare a scrivere le cose esattamente così come stanno.

 

Titoli di Coda

“Non scrivere di me” di Livia Manera Sambuy, è edito da Feltrinelli. Non scrivere di me è una raccolta di interviste reportage condivisioni e amicizie con scrittori di Livia Manera Sambuy, giornalista letteraria italiana, vissute con una sorta di imperativo sensoriale: un’infiltrazione costante di letteratura in cui i ruoli tendono continuamente a sovrapporsi e incrociarsi. Possibilità di acquisto: dal vostro librario di fiducia, o su IBS e Amazon.

“Regarding Susan Sontag” di Nancy D. Kates, documentario della HBO: il trailer.

Percival Everett in Italia è pubblicato da Nutrimenti.

Richard Ford in Italia è pubblicato da Feltrinelli.

La rassegna Pagine Nascoste del Festival Letteratura.

 


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