Il lavoro su sous la vie nasce da una frizione concreta, quasi fisica, che attraversa tutto il progetto: l’esperienza di un corpo che non trova spazio nel mercato e la decisione di costruire quello spazio invece di adattarsi. L’identità verbale prende forma dentro questa origine, come un gesto coerente con ciò che il brand fa ogni giorno: osservare, ascoltare, restituire.
sous la vie crea intimo femminile progettato a partire dai corpi reali, con un’attenzione precisa a vestibilità, comfort e materiali. Accompagna le donne nella scelta attraverso consulenze e dialogo, costruendo ogni capo in relazione a chi lo indossa. Produce in Italia, con una filiera artigianale e responsabile che unisce qualità, sostenibilità e cura.
Il naming e il payoff che ho pensato per Antonella e il suo business emergono da qui, diventando strumenti capaci di tenere insieme ciò che il progetto è, ciò che promette e il modo in cui entra nella vita delle persone.
Il naming: sous la vie
Insieme ad altre 5 proposte, ho presentato così sous la vie ad Antonella:
Sotto la vita cosa c’è? Sotto la pelle dei giorni, sotto il quotidiano che ci richiede di essere presenti e performanti. Ognuna di noi ha impegni, rituali, gesti, fa scelte, compra e si muove in base a desideri e valori. La vita corre, quello che c’è sotto resta. Sotto la vita è un invito dentro un viaggio, una perlustrazione in profondità, verso ciò che non rimane in superficie, un guardare tra i nostri pensieri, in quello che crediamo, anche quando decidiamo di scegliere un brand che rispecchi un’attenzione e un sentimento che sentiamo di abbracciare anche noi. La delicatezza del francese ci guida verso sonorità morbide e sussurrate (la potenza di quella “s” iniziale che scivola via nel prosieguo).
“Sotto” parla di intimo, di segreti, di cose importanti da custodire. C’è dentro questo brand name una vitalità calma, un’armonia possibile, un’empatia sorprendente. La
pronuncia “sulavì” ci fa crescere di tono grazie all’accento sull’ultima sillaba (immaginandola come una parola unica). In questa profondità si crea la tridimensionalità auspicata da un brand che non ti dà solo il comfort di un prodotto ben fatto ma ti fa anche riflettere su ciò che stai scegliendo. Ci sono, dentro questo nome, cura, motivazione, ricerca, profondità.

Il nome si colloca in quel punto di contatto tra invisibile e vissuto. Parla della relazione tra il corpo e ciò che lo accompagna ogni giorno. Questa posizione è coerente con l’idea di intimo che emerge dal progetto: uno strato essenziale che lavora a contatto con la pelle e sostiene in totale rispetto di ogni forma. C’è il desiderio di alleggerire il reggiseno da tutto ciò che si è accumulato nel tempo e riportarlo a una funzione essenziale.
Il nome tiene insieme anche una dimensione più ampia, quasi riflessiva. Introduce una domanda: cosa accade sotto la superficie visibile della vita quotidiana? Qual è la qualità del rapporto con il proprio corpo nei gesti che si ripetono ogni giorno?
sous la vie apre questo spazio e permette al brand di costruire un racconto che si muove tra materia e percezione, tra tecnica e esperienza.
Il payoff: L’intimo che sceglie con te
“L’intimo che sceglie con te” diventa il punto in cui il progetto si riconosce e si dichiara.
Questo payoff racconta il posizionamento relazionale del brand. Si costruisce una scelta insieme. Grazie alle consulenze, alla co-progettazione, alla possibilità di scambio, sous la vie si pone come partner. “Che sceglie con te” suggerisce fiducia, alleanza, dialogo. È un payoff che restituisce autonomia alla cliente. Il tono è empatico, inclusivo e trasmette l’idea che l’intimità va accompagnata. È anche una dichiarazione contro l’uniformità del fast fashion: ogni corpo è unico e ogni scelta va rispettata.
Il verbo “scegliere” diventa il centro del sistema. È un processo che si sviluppa nel tempo. Quel “con te” introduce una prossimità reale: il brand entra in relazione, interpreta, restituisce. Si muove accanto alla cliente e costruisce fiducia attraverso il dialogo.
Questa postura è già presente nel progetto, che si comporta come una presenza capace di accogliere e guidare, simile a una commessa che accompagna in maniera delicata.
La revisione dei testi: dare forma alla voce
Accanto al naming e al payoff, una parte del lavoro ha riguardato la revisione dei testi del sito per allineare linguaggio e identità.
Antonella arriva a questa fase dopo aver fatto Storione Business, un percorso online dedicato a freelance e piccole attività per imparare a raccontare la propria identità professionale. Questo passaggio ha un impatto decisivo: la prima stesura dei testi nasce da una consapevolezza già strutturata. Le idee sono presenti, il posizionamento è chiaro, il progetto ha una direzione precisa. C’è un’identità chiara su cui lavorare.

Il lavoro si concentra quindi sulla messa a fuoco. Si tratta di rendere visibile ciò che è già lì, di portare coerenza lungo tutte le pagine, di lasciare emergere una voce riconoscibile creando dei punti di rilievo grazie a headline e frasi che spezzino il ritmo e che soprattutto parlino dei veri bisogni delle donne.
Il tono che definiamo è solido e morbido. Solido perché deve trasmettere qualità, competenza, affidabilità. Morbido perché entra in uno spazio intimo, dove il linguaggio accompagna e accoglie.
La revisione lavora su questo equilibrio. I testi sono volutamente leggeri, nel senso di corti, divisi in blocchi, per dare la stessa sensazione dei reggiseni di sous la vie: ci sono, ma non li devi sentire ingombrare. Fluidi e naturali dicono il necessario.
“Tutto comincia da ciò che ci tocca”, “Esploriamo il pianeta in punta di piedi”, “Non sei sola davanti allo specchio” costruiscono un ritmo che guida la lettura. Sono frasi che lavorano in modo sensoriale, attivano il corpo, chiamano in causa il tatto, il movimento, la presenza.

Ogni espressione parte da un’esperienza concreta, come il contatto con la pelle, il passo leggero, lo sguardo allo specchio, e da lì si apre verso un livello più ampio, dove entrano i valori e i concetti del brand. Il linguaggio resta ancorato al corpo e allo stesso tempo si espande, creando un ponte tra gesto quotidiano e visione. In questo modo la dimensione tecnica trova il suo posto dentro una narrazione più profonda, capace di tenere insieme prodotto, esperienza e valori senza separarli.
Sei stata la prima persona che mi ha fatto riflettere sull’importanza del nome (e mi è bastato navigare tra i tuoi contenuti) non solo per il ruolo che doveva avere ma anche e soprattutto per le persone a cui doveva arrivare. Spesso capita, ed è successo anche a me, di costruire la propria attività “a nostra immagine e somiglianza” sebbene il riferimento religioso sia un po’ esagerato, ma chi di noi nel voler fare le cose in grande non si sente un po’ una divinità nel creare le cose da zero? Niente di più sbagliato.
Immersa nel loop del: “voglio un nome figo, ma questo che ho scelto non è abbastanza figo” quello che mi ha convinta a scegliere Balenalab è stata la percezione (che poi si è rivelata realtà) che la costruzione del nome non sarebbe stato solo frutto di creatività e giochi di parole, ma di un processo strutturato e analitico che avrebbe portato a un risultato colmo di significati (spoiler: è stato anche molto più di questo).
Non lo immaginavo ma io sono stata parte integrante di questo processo, Chiara è stata abbastanza esigente sul lavoro da fare perché voleva essere sicura di scegliere le strade giuste da percorrere e io l’ho apprezzato tantissimo. Ho scoperto che si può disegnare un nome in base allo scopo che gli vuoi dare, io volevo un nome che raccontasse qualcosa, che fosse l’incipit di una storia da raccontare e così è stato. Il risultato finale poi, non è stato uno solo bensì più di uno e questo da un lato mi ha permesso di scendere più in profondità su quante potenzialità può avere un nome mentre dall’altro mi ha messa in difficoltà nella scelta e (altro spoiler) è stato un bene! Persino scegliere tra la rosa dei nomi proposta è stato un esercizio, ulteriori domande e ulteriori approfondimenti che mi hanno aiutata tantissimo ad acquisire consapevolezza di un brand che forse lei aveva capito molto prima di me. Lavorare con Chiara significa lavorare con una persona che sa venire incontro alle tue esigenze con entusiasmo e rispetto per il lavoro che deve essere fatto, significa continuare a cercare il tuo “nome figo” ma con una guida esperta che conosce benissimo le acque in cui si naviga, che ti lascia esplorare e che aggiusta la rotta, d’altronde forse è per questo che ha scelto di chiamarsi BalenalaB.
Antonella Colistra, founder di sous la vie