Affronta la paura di dire cose banali

Quante volte non hai scritto del tuo lavoro pensando di dire una banalità? Ti sei risposta che era già stato detto mille volte, che era già stato spiegato molto meglio dai guru del tuo settore e pure dal tuo competitor di banco, che non c’è niente di nuovo e avvincente in quello che vorresti dire, che probabilmente non interessa a nessuno la tua su quell’argomento.
Beh, cara mia, attenzione alla maledizione della conoscenza, perché pare che tu ci sia dentro in pieno.
La paura di dire cose banali, ce l’abbiamo un po’ tutti. Vorremmo sempre farci riconoscere per idee originali e renderci autori di scoperte straordinarie. Ma quello che è banale per noi potrebbe non esserlo per chi ci legge. Ma andiamo per ordine, ti dicevo, la maledizione della conoscenza.

La maledizione della conoscenza

Ti capiterà mille volte di dire cose che per te sono scontate. Ma non lo sono affatto per gli altri. La maledizione della conoscenza è la difficoltà a immaginare che gli altri non conoscano ciò che noi conosciamo bene. In pratica diamo per scontato che le persone padroneggino l’argomento di cui vogliamo parlare.

Quando parliamo del nostro lavoro, dei nostri prodotti, di come i nostri servizi sono la soluzione ai problemi e alle esigenze di altri, degli argomenti collegati al nostro settore, non dovremmo mai dare per scontato che gli altri sappiano perfettamente di cosa stiamo parlando, anche perché spesso sono i nostri clienti o potenziali clienti, quindi esperti in altro, nel loro, di lavoro.

Per noi sono tutti temi che conosciamo bene, in modo approfondito e appassionato, che spesso permeano la vita di tutti i giorni: per questo quando parliamo del nostro lavoro usiamo termini specifici o compiamo azioni in automatico senza perdere tempo nello spiegare cosa e come lo stiamo facendo. È molto difficile immaginare come ci sentivamo prima di non sapere e di non saper fare.

Esercitati a vederti con gli occhi di chi compra da te, è un ottimo modo per trovare tanti argomenti di cui parlare e ti stupirai di scoprire quanto c’è bisogno di post “banali”.

Orecchie per intendere e tamburelli per picchiettare

Nel 1990 Elizabeth Newton presenta una tesi alla Stanford University per laurearsi in Psicologia. Il suo studio si concentra sull’analisi di un gioco che può sembrare molto semplice e in effetti lo è, ma che consegna dei risultati curiosi. Elizabeth prende un gruppo di persone e assegna a una parte di esse il ruolo di tamburellatore, all’altra parte il ruolo di ascoltatore. I tamburellatori devono scegliere canzoni da ritmare con le dita su un tavolo tra una lista di brani famosi tra cui anche Happy Birthday e l’inno nazionale americano; gli ascoltatori, dal canto loro, devono indovinare il titolo della canzone in base al ritmo tamburellato dai loro compagni tamburellatori.

Durante l’esperimento della Newton vengono tamburellate 120 canzoni; di queste 120 ne vengono indovinate solo 3. L’informazione notevole non è tanto che sono molto poche le canzoni riconosciute, quanto che ai tamburellatori era stato chiesto di immaginare che probabilità avevano gli ascoltatori secondo loro di capire le canzoni. Beh, la loro risposta fu 1 su 2, mentre, di fatto, riuscirono a far comprendere la canzone 1 volta su 40.

Perché? Perché ogni tamburellatore sente la canzone nella sua mente e la ricrea con le dita, ma l’ascoltatore non sente la canzone, percepisce solo dei colpi sconnessi, al massimo dei battiti ritmati.

Ok, prova: tamburella Fra’ Martino Campanaro. La senti la musica in testa? Eppure le tue dita, ti assicuro, stanno facendo qualcosa di semi incomprensibile per tutto il resto del mondo che non sei tu.

Ogni giorno in comunicazione si consumano centinaia di picchiettamenti di cui non si percepisce la melodia. Il nostro sforzo deve essere teso a far sentire la canzone nella nostra testa e non il codice Morse.

Fai pace con la banalità

La banalità esiste e nessuno ne è al riparo, anzi, ti dirò di più, non è nemmeno così male. Anche perché come abbiamo visto può essere banale per noi e non esserlo affatto per chi ci legge. Non solo. Cosa può rendere particolare anche un contenuto di per sé ordinario e insipido? Dal mio punto di vista, 3 cose.

Il tuo punto di vista

Appunto. Gli argomenti smettono di essere banali, quando metti in luce il tuo punto di vista. Quando consegni il tuo sguardo sul mondo su quell’argomento. Il tuo commento, il tuo pensiero ragionato su quello che è un tema generico. Le persone devono ritrovarti in quello che dici perché il tuo sia un contenuto vivo e autentico e non una fila di informazioni una dietro l’altra.

La tua esperienza personale

Racconta come hai gestito tu una certa situazione, o spiega come quel tuo servizio risponde a un problema che hanno avuto i tuoi clienti. Usati come esempio, parti dalla tua storia per arrivare a concetti e insegnamenti che le persone possano condividere e in cui possano riconoscersi.

Il tuo stile

Potresti anche decidere di parlare di quello di cui parlano tutti ma con un tono di voce particolare. Lo stile nella scrittura può venirti in soccorso quando il tema è un po’ inflazionato. È il motivo per cui apprendiamo molto di più da un insegnante vivace invece che da uno noioso o perché ci piace parlare con un amico simpatico rispetto a uno antipatico. Sono lezioni con gli stessi contenuti da anni, sono consigli che tutti i nostri amici potrebbero darci eppure il nostro piacere e la nostra attenzione sono conseguenze del modo in cui ne entriamo in contatto: un testo godibile sa raccontare attraverso il contenuto e anche attraverso la forma.

Ti faccio un esempio virtuoso che contiene tutte e tre queste caratteristiche.
Enrico Buonanno ha scritto un reportage sull’isola di Lanzarote per Rivista Studio. Un reportage è già per sua natura un’esperienza personale ma è comunque un format molto usato visto il numero di influencer e travel blogger che sforniamo ogni giorno. Se avesse scritto una guida turistica su Lanzarote avrebbe cominciato con le informazioni canoniche: quanto è grande l’isola, quanti abitanti ha, la storia. Ma un reportage non è una Lonely Planet e infatti Enrico Buonanno inizia così:

Lanzarote è un’isola vulcanica dell’arcipelago delle Canarie che il viaggiatore milanese può raggiungere tranquillamente in tre ore e mezza prendendo un volo diretto Ryanair dall’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio. Per tutti gli altri, ci sono scali sfiancanti. Il turista curioso può prepararsi al viaggio leggendo i Quaderni di Lanzarote di José Saramago, che non parlano affatto di Lanzarote, Lanzarote di Michel Houellebecq, che la descrive grosso modo come l’isola più noiosa del mondo, e con la visione di Anche i nani hanno cominciato da piccoli di Werner Herzog, in cui un gruppo di nani fa scempio di maiali e di scimmie in un istituto di rieducazione locale. Perciò, in generale, è meglio arrivare impreparati.

Si capisce subito lo sguardo dell’autore, parla di un’esperienza personale e si intuisce la presenza forte di chi scrive che ha un certo approccio e un certo carattere, si identifica subito il suo tono di voce ironico e leggero. Quanti hanno parlato di Lanzarote nel mondo? Eppure questo incipit di Enrico Buonanno è completamente diverso da quello che ci aspetteremmo. Sforzati di far sentire la tua melodia, parla della tua Lanzarote e vedrai che anche la banalità sarà uno strumento prezioso per il tuo business.