Parlare in pubblico: io, tu, l’Altro

Il 25 gennaio del 1975 il pianista Keith Jarrett registrava a Colonia quello che sarebbe diventato uno degli album jazz più importanti della storia: The Köln Concert.

Jarrett, in quell’occasione improvvisa ogni cosa, non sa in anticipo cosa suonerà, produce musica secondo quello che sente e grazie a quello che il pubblico gli restituisce.

La risata dello spettatore, le smorfie di Jarrett, i suoi gridolini in crescendo su due accordi portati ad una sublime esasperazione: possiamo solo immaginare, senza davvero mai saperlo, cosa sia successo nello spazio di quella performance, poiché nessuno spartito né nessun disco ce lo potranno dire mai compiutamente.

La vera cifra di Jarrett è quella sua dimensione “orale”, quel mettersi in contatto con la realtà nel momento esatto in cui essa accade: senza spartito, improvvisando, la sua performance è vissuta all’interno di un sistema non dominato dalle regole di composizione (nel jazz, i turnarounds per esempio), dalla prassi esecutiva o dai modelli (che conosce e che proprio perché profondamente appresi gli permettono di saltare dentro e fuori di essi liberamente). Nessuna nota è stata pensata prima, né è stata scritta, né è esistita prima che l’ascoltatore l’abbia sentita. È in quel presente che ogni nota ha preso vita.

Il public speaking: l’esperienza dell’Altro

Perché Jarrett?
Perché da Jarrett è possibile imparare qualcosa anche senza essere musicisti. Perché se ci troviamo davanti ad un pubblico e dobbiamo parlare ad alta voce, nonostante questa azione non possa essere considerata strettamente “artistica”, è importante capire che il nostro parlare non riguarda soltanto noi.
Parlare in pubblico proprio come nella performance di Jarrett, è una relazione fra tempo e linguaggio che si sviluppa in quel dato presente e tiene conto di tre cose, i tre piani nell’esperienza sonora.

1) Piano del contenuto: quello che dici.

Un argomento di rilievo, interessante, fa la sua figura davanti al pubblico. Il gesto più corretto che possiamo fare noi nei confronti del nostro pubblico è essere anticipatamente ben preparati ma senza imparare a memoria niente, che questa sì, sarebbe la morte dell’esposizione.

2) Piano dell’espressione: come lo dici.

La voce è uno strumento e come tale va usato e controllato per rendere più efficace un discorso. Siamo tutti narratori, usiamo sempre tono, pause, ritmo, volume, ma non sempre li usiamo consapevolmente per ottenere risultati.
La voce orienta un comportamento: convince, emoziona, insegna, spinge a fare.
Io per esempio mi occupo principalmente del piano dell’espressione e della dinamica dell’esposizione (ho già avuto modo di dirti a cosa devi fare attenzione per usare bene la voce, vero?).

3) Piano della relazione: tu e chi ti ascolta.

La nostra reazione alla voce è correlata alla sfera emotiva, evocativa, simbolica, ci richiede di immaginare, di interpretare, di ricostruire immagini che hanno la forma dei nostri sentimenti e dei nostri ricordi. Nell’incontro, speaker e ascoltatore diventano essi stessi spartito muscolare, empatico, in cui la tensione dell’uno verso l’altro genera la performance.
Comunicare è entrare in relazione: ogni volta che comunichiamo facciamo incontrare il nostro vissuto con l’Altro in un campo infinito di possibilità. Attraverso l’esperienza del suono entriamo in una dimensione bidirezionale di progettualità performativa. Ogni proferimento è il frutto di una decisione presa nello stesso momento in cui l’ascoltatore lo sente.

E la preparazione, a quel punto, che fine fa? Le slide? La scaletta degli argomenti? Quella è la base che serve per stare sicuri e per essere coerenti, che può esserci ma che non costringe la perfomance, è la rete che quando volteggiamo in aria ci protegge ma che non dovrebbe togliere niente alla bellezza dei nostri volteggi.

Parlare in pubblico: la paura degli esseri umani è paura di essere umani*

Parlare in pubblico dopo le calamità naturali, i ragni e il conto in rosso è la cosa più temuta dalle persone. Vero? 🙂
L’inadeguatezza che a volte si crea, ci porta istintivamente verso il caos, a pensare che fare bene voglia dire aggiungere competenze piuttosto che togliere gli ostacoli che ci impediscono di comunicare.
Se ci accorgessimo che stiamo parlando solo perché ci sono persone che ci ascoltano ed evitassimo di concentrarci esclusivamente sulla nostra ansia, dando attenzione all’Altro che prende così parte alla nostra performance, saremmo più contenti di parlare in pubblico e anche più efficaci.
Non solo. Non parleremmo in pubblico, ma parleremmo al pubblico.

Per parlare al pubblico bisogna lavorare tanto: dalla preparazione del contenuto e della struttura dei contenuti, alle tecniche vocali per potenziare la voce, fino all’esercizio delle competenze paraverbali. E poi?

Sii te stesso: naturalezza e spontaneità, vincono sempre. Più pensi che vorresti dire cose intelligenti, meno ne dirai. Più ti prepari una battuta più non avrà l’effetto sperato (a meno che tu non sia un comico professionista e allora magari sì). Cerca di essere così preparato da poter fare a meno del copione. Questo ti permetterà di utilizzare un tono colloquiale e vicino alle persone.

Racconta solo cose in cui credi: per aumentare l’interesse degli altri in quello che stai dicendo, affianca all’esposizione dichiarativa (modello lezione) l’esposizione narrativa, quella filtrata dalla tua esperienza e dalla tua testimonianza.

Dai attenzione agli altri: dare attenzione vuol dire fare in modo che gli altri siano così importanti da farti dimenticare te stesso (“cosa succede in aula” invece di “oddio come sono agitato”). Il tuo nervosismo è percepito più da te che dai tuoi ascoltatori, se ti focalizzi su di loro e non così tanto su di te potrai essere più sciolto e trovare la bellezza nell’esporre per qualcuno con gioia!

Alla fine la cosa più importante nell’atto di parlare in pubblico è la creazione di una relazione. Solo così, aperti, esposti, comunicheremo. Nessun contenuto è tanto importante da dimenticare a chi lo stiamo dicendo. La flessibilità e la capacità di adattamento saranno virtù preziose per entrare in sintonia con il pubblico e rispettare l’altro, il mondo altrui. Quello che diremo non sarà più soltanto nostro ma sarà condiviso, sarà già altro, qualcosa di diverso di cui si potranno prendere cura anche altri insieme a noi.

*cit. Marta sui Tubi, Dio come sta?, Sushi & Coca, 2008 (Tamburi Usati)

Parlare in pubblico: il public speaking relazionale